Innamorato di me stesso / ma non corrispondo




mercoledì, 17 giugno 2009

[ wishlist ]

Sono così occupato e di corsa, mentalmente e fisicamente, che non ho tempo per pensare.
E' un bene? Ok, domanda oziosa: non ho nemmeno voglia di pensarci, fà troppo caldo.

C'è che pure quando il cervello è spento o in stand-by lo stomaco continua comunque a funzionare. Il famoso effetto "fame al funerale" - come puoi pensare a mangiare in un momento del genere? - o "natalità durante la germania nazista" - che mica è diminuita.

Per citare Battiato: i desideri non invecchiano quasi mai con l'età.
E l'inconscio vede, registra, rumina, rielabora e desidera. La mia pancina vuole nuove cose / a parte caterve di cibo.

E' un periodo di correnti alternate e forti scossoni, ma fecondo di futuri desideri.
scritto da Bakis alle 12:34 | plink | commenti (1) | commenti (1) (p-up)
in: autoscatto




giovedì, 04 giugno 2009

[ Epifanie ]

Poi a un certo punto hai un'epifania e vedi le cose esattamente come dovrebbero essere. Vedi, lì, quella che sapevi doveva essere la tua vita.

E da quel momento non puoi più aspettare e tutte le perdite di tempo, le finzioni, le false scuse... ti annoiano e basta.


I (heart) Madrid
scritto da Bakis alle 20:07 | plink | commenti (3) | commenti (3) (p-up)
in: autoscatto




sabato, 02 maggio 2009

[ Razzi ]

Ha smesso di piovere da qualche giorno, ma non fa ancora tanto caldo. E’ ufficialmente iniziata quella strana stagione che qui in Sardegna ci ostiniamo a chiamare primavera ma è soltanto un breve preludio alla torrida estate.

In questo momento c’è una bizzarra coincidenza di gradi °C fra Cagliari, Madrid e New York. Come se i miei pensieri riuscissero a percorrere tutti questi km e sopravvivere soltanto a una certa temperatura, prima di evaporare.
A Reykjavik invece fa freddo, e piove.

Vedo le mie gambe riflesse sullo specchio anni 70 che ho poggiato sull’armadio. Sembrano incredibilmente grosse, ma la bilancia arancione ikea risponde -5 anche oggi.

Sono le 2:30 e di ritorno, stanco, da una serata piacevole, non riesco a prendere sonno. I pensieri si accavallano come un nervo scoordinato che mi paralizza, ma oggi non fanno male. Evidentemente hanno sbloccato qualcosa, se in questo momento riesco a lanciare un razzo nel silenzio buio di queste ultime settimane.
Per quale motivo e rivolto a chi non saprei, visto che nessuno deve salvarmi da nulla. Forse solo io posso, da me stesso.

Mi tuffo cinque volte viola nel mare trasparente: oggi per l’ultima volta, da domani poi basta, ok? Buffo come anche questo gesto mi faccia ricordare. Ma devo dire ormai tutte le strade di questa città. O gli angoli di questa casa.

Recupero il log degli eventi e lo aggiorno come un curriculum di un estraneo, prendendo nota soprattutto delle assenze e di quel che ho da completare. Adesso che il conto alla rovescia è terminato ho la calma di chi può (e deve) aspettare, e la fretta di chi non ha una scadenza.

Tutto sommato è una piacevole sensazione.

Non fa ancora tanto caldo ma vorrei aprire la finestra stanotte: fuori c’è quel profumo di terra bagnata che mi piace e inspiegabilmente mi rassicura. Mi riporta alle cose vere, pulite, concrete e colorate.

Ma ora mi fermo qua. Il razzo forse oggi l’ho soltanto scorto in lontananza, dimentico di averlo lanciato io stesso già da un po’. Rileggo queste parole sconnesse e mi viene un po’ da ridere.

Mi tuffo nella special playlist del mio iPod per le prossime 8 ore e mezzo. Mi sveglierò in un altro orario, un altro clima, questi pensieri saranno evaporati e nemmeno io li capirò più. Ma non ce ne sarà bisogno, dovrò soltanto attendere la prossima bizzarra coincidenza.
scritto da Bakis alle 02:48 | plink | commenti (5) | commenti (5) (p-up)
in: insonnia, autoscatto




martedì, 07 aprile 2009

[ Cadere dalle nuvole ]

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e accorgersi di essere l'unico bambino rimasto.
scritto da Bakis alle 00:54 | plink | commenti (5) | commenti (5) (p-up)
in: ombelicale, autoscatto




martedì, 31 marzo 2009

[ I miss everything we'll never be ]

scritto da Bakis alle 14:40 | plink | commenti (1) | commenti (1) (p-up)
in: ombelicale, autoscatto, mansarda




domenica, 22 marzo 2009

[ Un week-end molto Bakis... ]

scritto da Bakis alle 23:59 | plink | commenti (7) | commenti (7) (p-up)
in: cazzeggio, autoscatto, fumetto




giovedì, 19 marzo 2009

[ ]

Stringo quella foto di me alle elementari con in mano una matita e un sorrisetto serrato. Da piccolo facevo sempre questi sorrisi stretti stretti con gli occhietti socchiusi.
Mio padre mi diceva piccato: sorridi bene, mostra i denti, così! E per spiegarsi faceva un’espressione per nulla sorridente o felice o divertente. E io che nei disegni dei cartoni animati vedevo quella curvetta disegnata sul viso, pensavo che il vero sorriso fosse come lo facevo io, con gli angoletti delle labbra rivolti verso l’alto.

Stringo quella foto e di me non rivedo più niente in quei tratti immaturi, i capelli, le manine grassocce, quella fragilità così tranquillamente esposta.

Eppure mi hanno riconosciuto tutti, subito, come sempre, come ormai sono abituato.
Anche il ragazzo del piano di sopra, il fratello dell’ex-moglie di mio zio. Quello drogato di cui non sapevo nemmeno l’esistenza, se non dalle brevi parentesi di mia madre, che nei racconti degli ultimi momenti di questi giorni ci ha dipinto le scene con lui che dalla finestra del piano di su la vedeva aggirarsi per i corridoi e aveva già capito tutto, tanto che durante l’ultimo litigio con la madre – ora via, da qualche altra parte – mentre minacciava di ucciderla, decantava l’affetto nei confronti di mia nonna.

Ci ha visto scendere dalla macchina e ha iniziato a lamentarsi e a piangere, in quel modo privo di filtri o forse di pudore tipico solo dei pazzi o dei malati.
Ho preso mia sorellina per il braccio e siamo volati su.

A ogni scalino una lega in fondo a questo passato che pare davvero non riguardarmi più.
scritto da Bakis alle 02:08 | plink | commenti (1) | commenti (1) (p-up)
in: racconti, autoscatto




domenica, 15 marzo 2009

[ Pensierini domenicali... ]

Untitled-1
scritto da Bakis alle 15:31 | plink | commenti (1) | commenti (1) (p-up)
in: autoscatto, fumetto




mercoledì, 04 marzo 2009

[ Fok ]



Ascolto la musica di Olafur Arnalds.
Islandese, anche lui. Non so perché abbia questa affinità elettiva con gli islandesi. Forse c’è che gli isolani hanno dei tratti comuni. Come quel sentimento di solitudine, che ti fa vedere le cose in maniera un po’ diversa dagli altri.
Non dico più triste o deprimente, solo … diversa. Perché appena sotto lo stato di coscienza sai che in fondo ti puoi avvicinare agli altri, ma rimani sempre idealmente lontano e diverso.

Tu quand’è che hai capito di essere un individuo? Io me lo ricordo, il giorno in cui ho capito di essere una persona una, staccata dagli altri.

Sarà il mare che ci circonda, saranno i paesaggi costantente battuti dal vento, sarà quel qualcosa di te che cerchi negli altri perché non riesci a decifrarlo.
Sarà quel qualcosa degli altri che hai dentro e che un po’ senti di voler restituire.

Ascolto Olafur Arnalds e cerco di covare questo senso di straniamento con discrezione.
Perché in fondo l’ho solo preso in prestito da una vita che a volte nemmeno riesco a sentire come mia.
scritto da Bakis alle 22:47 | plink | commenti (5) | commenti (5) (p-up)
in: autoscatto




mercoledì, 25 febbraio 2009

[ Non si dice mai addio agli sconosciuti ]

Altro racconto che ho mancato di spedire a un concorso... che bravo!
Si trattava di sviluppare uno degli incipit proposti. Ecco cosa ho buttato giù.

***

La ragazza che era scesa dal tram se ne andava a passo spedito dalla mia vita. Non l’avevo mai vista prima ma fu un piccolo lutto.

L’ho guardata dal finestrino infilarsi tra le viscere della città e ho disolto lo sguardo: del resto, non si dice mai addio agli sconosciuti. Ma io lei, in qualche modo la conoscevo già.
Solo che non l’avevo mai vista. Dal vivo, intendo.

Un tempo leggevo ogni giorno il suo blog: le parole che lei nella privacy morbida e ovattata della sua cameretta – almeno così la immagino – riversava pubblicamente sul web, affrancandole senza indirizzo a destinatari ignoti.
Dall’altra parte dello schermo, a raccoglierle e collezionarle c’ero io, insieme a chissà quante altre facce pitturate dalla bianca luce dei monitor nella notte.

Nella ritualità dei gesti, dei click e delle letture, nella lista della spesa delle informazioni da catalogare, infilare negli interstizi neurali, da far sedimentare lentamente come detriti di una realtà troppo caotica, c’era anche lei. C’era quel suo sito a fondo nero, con una piccola immagine di cielo stellato in alto e il carattere bianco piccolissimo (come se nonostante la pubblica esposizione quelle parole non volessero essere violate con troppa poca fatica).

Chissà se chi tiene un blog si rende veramente conto di quel che fa: del fatto che va a comporre una parte dello scenario visuale, del vissuto, dell’immaginario delle persone che la leggono.
Chissà se queste persone si rendono veramente conto della responsabilità di cui si fanno carico, aprendo casualmente – un giorno di particolare inutilità o noia – uno spazio del genere nel mare magnum della rete.

Ma io a queste implicazioni non ho mai pensato. Ci ho semplicemente sbattuto contro come in un incidente d’auto. Non è che ci pensi prima o te l’aspetti. A un certo punto accade, e se sei fortunato ti ritrovi con un livido, un grande spavento e le mutande miracolosamente intatte.
Così una notte di quelle – insonnia, musica bassa, luci spente, umore a picco, fumo compulsivo – ripercorri automatico la scaletta mentale dei porti sicuri presso cui fare tappa e trovi un messaggio mai visto:

Errore: questo blog non esiste. Forse hai digitato male l’indirizzo o il proprietario ha deciso di cancellarlo.

Impossibile – penso. Questo indirizzo è ormai da tempo immemore conficcato tra i preferiti del mio navigatore e poco ci manca che la pagina non si apra da sola non appena poggio lo sguardo sul desktop. Do uno sguardo ad alcuni altri blog che leggo abitualmente e vedo che è tutto a posto.
Allora è chiaro: ha deciso di chiudere, trasferirsi, occultarsi, sparire.

Mi sento tradito. Interrotto.
Come se a metà libro scoprissi che tutte le pagine seguenti e che fanno volume tra le dita serrate della mano destra sono in realtà tutte bianche e che la storia semplicemente decide di scomparire in quel punto.

Sono rimasto di sasso lì davanti per alcuni secondi. Ho ripensato agli ultimi articoli, cercando di scovare tra i ricordiun segnale, un meta-messaggio che lasciasse intravvedere una decisione del genere – un disagio, un’insofferenza o qualche commento sgarbato, intrusivo – ma niente.
Ho escluso subito incidenti o tragedie: in tal caso la pagina sarebbe stata ancora su e mi sarei accorto di qualcosa soltanto dopo settimane di mancati aggiornamenti.
Un blog cancellato invece è frutto di una precisa volontà e l’incontro fortuito di questa mattina in tram ne è l’assoluta conferma.

Seduto nel bus che dalla stazione porta al centro, ho dapprima notato le sue scarpe.
Amo i bus. Amo perdermi dentro i miei auricolari e sbirciare a intervalli lo scenario urbano oltre il vetro e il paesaggio umano tra i sedili e nel corridoio del veicolo.

Per cui vado a caccia di particolari, con uno sguardo indagatore protetto dai miei occhiali da sole da quattro soldi, ma enormi e scuri, quindi ottimi allo scopo.

Vedo queste scarpe con una spilletta attaccata – sorrido per il vezzo – e vedo che appartengono a una giovane ragazza dallo sguardo inquieto. Rimane in piedi nonostante ci siano diversi posti liberi. Guarda fuori ma il suo sguardo è fisso, nonostante il tram stia andando forte. E’ assorta. Mi chiedo chissà dove va, chissà che ci fa a quest’ora in giro: non lavora? Forse è una studentessa ma non mi sembra così giovane. Magari è una free-lance e sta andando a ritirare il suo portatile dall’assistenza.
Questa banale ipotesi telematica mi da una scossa. D’un tratto mi pare di intravvedere nel suo viso i tratti scorti in qualche piccola fotografia ritoccata pubblicata nel blog scomparso.

Mai un'immagine pulita o chiara. Avrebbe, in effetti, rovinato l’atmosfera sommessa e privata del blog. Piuttosto tante piccole tracce colorate e ripassate più volte su photoshop: in ognuna dei piccoli pezzi sufficienti a delineare stati d’animo, o espressioni del viso che potessero dare in un secondo un senso definitivo alle parole scritte.
Ma quei pezzi, di fronte a un viso reale illuminato a giorno, si ricompongono da soli e non c’è dubbio che sia lei.
Vorrei alzarmi, dirle qualcosa, sorriderle, farmi notare. 
Ma poi, a che titolo, dirle cosa, sorriderle perché? Quella che vedo è il personaggio o l’autrice della storia? Ci penso e non riesco a decidere. In entrambi i casi non ho alcunché da dirle e per quanto voglia declamare il mio diritto di lettore a non essere abbandonato so che non posso farlo.

Valuto per un attimo l’ipotesi di scendere alla sua fermata e vedere dove va ma non lo faccio.

Così è scesa, e l’ho guardata dal finestrino infilarsi tra le viscere della città. Ho disolto lo sguardo perchè già, del resto, non si dice mai addio agli sconosciuti.
scritto da Bakis alle 21:44 | plink | commenti (7) | commenti (7) (p-up)
in: racconti




lunedì, 16 febbraio 2009

[ Countdown to reset ]

Oggi è il grande giorno e un po’ come previsto, vi arrivo completamente scarico.
Di energie e motivazioni.
Involontariamente devo aver impostato il timer al 16 febbraio per tutte le parentesi aperte.
E specialmente per quelle che non sapevo di aver aperto.

Perché le proprie azioni si distaccano da noi e assumono vita propria. Come le parole di un libro. All’interno di una trama sociale qualsiasi cosa tu possa fare crea una conseguenza. Dire, non dire, muoversi, pensare, retrocedere, stare fermo.
E ne siamo comunque responsabili.

-    Mi hai deluso.

Evidentemente devo farmi carico anche delle aspettative che in qualche modo ispiro, non solo di quelle che mi creo da solo e che talvolta vengono disilluse.

// se io mi faccio carico di tutto, perché gli altri non si assumono mai nessuna responsabilità? O forse tutti si fanno carico di tutto, e nel mondo c’è sofferenza per il doppio più del dovuto?


Metto da parte un mazzo di santini ormai inutili, infilo la tessera elettorale in borsa e vado a  votare. Non mi rimane che questo: il lusso di pensare ancora per un po’, prima che il ciclone dei risultati mi travolga e che domani (comunque vada, ovviamente) mi ritrovi a dover ricominciare tutto da capo.


Come sembra sia la mia unica modalità di vita ultimamente.
Ricominciare, ricostruire, riniziare sempre tutto da capo.
scritto da Bakis alle 11:53 | plink | commenti (1) | commenti (1) (p-up)
in: autoscatto




martedì, 10 febbraio 2009

[ Palestra politica ]

La città assume un’altra conformazione quando la guardi con gli occhi di chi deve attaccarci sopra dei manifesti.  Spazi assegnati, vie lunghe, corte, bene esposte, coperte, aree assegnate, quartieri, circoscrizioni.

Manifesti.

/ bende per coprire le ferite della società
/ maschere per far  apparire le vie diverse per qualche settimana
/ decoupage per nascondere la superficie originale dei problemi
/ condom che separano il vero dalla promessa.


Dovrei chiedere a qualche architetto o urbanista se questa visuale è contemplata nella concezione degli spazi di una città. Penso di sì, lo spazio di una stanza o di un’abitazione è concepito in maniera totalmente diversa a seconda di chi lo guarda o della funzione che dovrà assumere.


Però è anche utile.
Caricarsi sulle spalle un peso materiale, camminare, scendere dalla macchina. Parlare. Svolantinare. E’ un po’ come andare in palestra: per il solo fatto che lo fai, ti senti un po’ meglio. Meglio che segnalare link o articoli su Facebook o indignarsi facendo zapping con il telecomando. Ma ancora non è abbastanza. Però ne abbiamo realmente voglia? Che cosa chiediamo ai governi?

Io non lo so più, con tanto che ho fatto Scienze Politiche e ancora, dopo tanti anni e tante delusioni, mi impegno in (quasi) prima linea per le campagne.

Vorrei certo persone serie, oneste, intelligenti, colte, attente, previdenti, sensibili etc… ma al punto in cui siamo mi basta qualcuno che segua una sua politica. Una qualsiasi. Basta che la segua.
Fai qualcosa, dì qualcosa.

Ecco, se anche non avessi la minima coscienza politica questo mi basterebbe per sapere esattamente chi votare.

Ma la coscienza politica ce l’ho quindi… peso sulle spalle, tra mezz’ora vado a decoupare un pezzo di città.
scritto da Bakis alle 20:23 | plink | commenti (2) | commenti (2) (p-up)
in: politica, sardita, rossomori




domenica, 01 febbraio 2009

[ Il Potere Creativo della Parola ]

Per chi dice che ormai scrivo soltanto geniali twit, pubblico questo raccontino scritto qualche mese fa per il Forum Passaparola, a tema "Il potere creativo della parola", ritrovato oggi.

// Ovviamente lo spedii in ritardo quindi non è stato incluso nella serata.



***


<<Fiat lux>>. Così – pare – disse Dio.

E tanto bastò per creare la luce e dare il via a tutto il susseguirsi di casini e implicazioni che conosciamo: l’universo, i pianeti, l’ossigeno, la vita, l’uomo, i tradimenti e i modelli unici 740. Aggiungete quel che vi pare: tutto ha comunque avuto inizio dalla parola.

Ed è sulla base di questa nozione teologica, conficcatasi nella mia testa da un’età immagino prepuberale, che ho sempre avuto il massimo rispetto per la parola nelle sue mille forme e rappresentazioni e, soprattutto, per il suo sconfinato potere.

Ora, non è che voglia paragonarmi a Dio: magari nel mio caso, in quanto esemplare di umano tecnicamente piuttosto standard, la parola ha un potere non tanto nella realtà fisica (sì, ora vorrei tanto si materializzasse un bel Cosmopolitan proprio qui, accanto al monitor) ma dentro l’animo della gente, questo sì.

La parola è un’azione, e se studiata e misurata con intelligenza può ottenere un preciso risultato quanto un complicatissimo calcolo matematico. E’ un’osservazione ovvia, ne convengo, ma sono convinto che pochi abbiano realmente verificato nella pratica e a proprio vantaggio questo potere.

Se ci pensate, nel loro piccolo anche queste parole avranno probabilmente già sortito un effetto: ora vi starete aspettando qualche storiella dimostrativa su come e su chi io abbia esercitato questo potere e quali conseguenze abbia avuto. Ma non mi interessa condurvi da qualche parte con il mio ragionamento, immobilizzarvi e scovare un concetto nella vostra testa, prelevarlo, cambiargli di posto e aspettare che generi nuove scariche di pensieri e una visione del mondo anche di un atomo diversa da quella precedente.
Piuttosto sono qui davanti a scrivere queste parole perché esse sprigionino la loro carica creativa su me stesso. Sulla stessa persona che le sta scrivendo, già: una sorta di auto-agguato o auto-terapia, chiamatela come volete.

E’ appunto perché so che quando dici una cosa, essa diventa reale: i segreti non esistono finché non vengono rivelati, e solo allora essi trafiggono le membra di chi li ha uditi.
E per i sentimenti è qualcosa di simile.
Dapprima sono dei feti informi, poi si sviluppano e ci parlano. C’è chi non li sente per davvero e chi finge di non udirli, ma in entrambi i casi: dagli un nome, cerca di descriverli, ed essi sono lì davanti, materiali come statue o edifici, e non puoi ignorarli.

E così, vittima di me stesso, della mia stessa propensione a dare un nome alle cose e creare nuove realtà, ho creduto in un nuovo sentimento, in nuove possibilità, ho generato conseguenze fin troppo abbondanti rispetto alla reatà oggettiva. Sarà una deformazione professionale o (in fondo forse è vero) un complesso da volevo-essere-Dio-ma-sono-solo-un-umano-piuttosto-standard.

Ora non mi rimane che riniziare da capo.
Enunciare questo buon proposito, imprimermelo in testa affinché mille occhi e mille teste possano dargli corpo e oggettività. Perché magari per un momento tutto mi possa sembrare davvero reale e non solo una mia immaginazione o una serie di byte concatenati su questo invisibile foglio elettronico.

Ora credeteci, per un secondo, insieme a me. Facciamo che per davvero la parola abbia un potere, un potere creativo. Ognuno in un momento diverso – ma inevitabilmente tutti contemporaneamente lungo la fila di queste lettere e in questo punto della pagina: qui – possiamo crederci e vedrete che è così, lo è sempre stato e sempre sarà.

Io ci credo e sarò qui ad aspettarne le conseguenze - e con esse l’inizio di una storia tutta nuova.
scritto da Bakis alle 15:14 | plink | commenti (3) | commenti (3) (p-up)
in: racconti




venerdì, 30 gennaio 2009

[ C'è che poi ]

Ricciomania!
scritto da Bakis alle 17:10 | plink | commenti (1) | commenti (1) (p-up)
in: autoscatto, cagliari




giovedì, 22 gennaio 2009

[ Biochetasi esistenziale ]

Questo mal di stomaco.
Pensavo di averlo archiviato... no, aspetta: è diverso. E' sempre diverso (almeno...).

Potrei riprendere dal punto in cui dichiaravo di essere un tipo che in mezzo alla merda più nera pensa "che figo". Ma è solo una delle tante cose che ho dichiarato. C'è anche quella secondo cui prendo le decisioni come se riguardassero la vita di un altro, e vivo la vita come se le decisioni che la regolassero non fossero state prese da me. E' in queste situazioni che poi mi guardo da fuori e penso: beh dai, almeno ce l'ho fatta.

Stilo una sorta di curriculum vitae delle esperienze fatte, degli ostacoli che ho superato, delle paure con cui ho dovuto (e devo) imparare a convivere. Delle scommesse, dei mal di stomaco sempre diversi.
Riesco a buttar giù qualche pezzo, come se dovessi mostrarlo a qualcuno per ottenere qualcosa. Invece no.

Mi sento come quei bambini che scoprono di poter fare le cose per sé stessi e non per sentirsi dire "bravo".
O come quegli studenti che realizzano che seguire un corso del cavolo solo per accumulare crediti è tempo perso.

E' una scoperta, ma si perde qualcosa credo. Accettare di poter e dover fare qualcosa solo per sé stessi è un passaggio complesso.
Io intanto penso che quel che ho da fare è adesso e che non avevo ancora capito di essere in un'altra fase della mia vita. Ora vedo tutto.

Prossimo livello, una vita in più, reset dei punti.

scritto da Bakis alle 01:35 | plink | commenti (3) | commenti (3) (p-up)
in: autoscatto

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