Altro racconto che ho mancato di spedire a un concorso... che bravo!
Si trattava di sviluppare uno degli incipit proposti. Ecco cosa ho buttato giù.
***
La ragazza che era scesa dal tram se ne andava a passo spedito dalla mia vita. Non l’avevo mai vista prima ma fu un piccolo lutto.
L’ho guardata dal finestrino infilarsi tra le viscere della città e ho disolto lo sguardo: del resto, non si dice mai addio agli sconosciuti. Ma io lei, in qualche modo la conoscevo già.
Solo che non l’avevo mai vista. Dal vivo, intendo.
Un tempo leggevo ogni giorno il suo blog: le parole che lei nella privacy morbida e ovattata della sua cameretta – almeno così la immagino – riversava pubblicamente sul web, affrancandole senza indirizzo a destinatari ignoti.
Dall’altra parte dello schermo, a raccoglierle e collezionarle c’ero io, insieme a chissà quante altre facce pitturate dalla bianca luce dei monitor nella notte.
Nella ritualità dei gesti, dei click e delle letture, nella lista della spesa delle informazioni da catalogare, infilare negli interstizi neurali, da far sedimentare lentamente come detriti di una realtà troppo caotica, c’era anche lei. C’era quel suo sito a fondo nero, con una piccola immagine di cielo stellato in alto e il carattere bianco piccolissimo (come se nonostante la pubblica esposizione quelle parole non volessero essere violate con troppa poca fatica).
Chissà se chi tiene un blog si rende veramente conto di quel che fa: del fatto che va a comporre una parte dello scenario visuale, del vissuto, dell’immaginario delle persone che la leggono.
Chissà se queste persone si rendono veramente conto della responsabilità di cui si fanno carico, aprendo casualmente – un giorno di particolare inutilità o noia – uno spazio del genere nel mare magnum della rete.
Ma io a queste implicazioni non ho mai pensato. Ci ho semplicemente sbattuto contro come in un incidente d’auto. Non è che ci pensi prima o te l’aspetti. A un certo punto accade, e se sei fortunato ti ritrovi con un livido, un grande spavento e le mutande miracolosamente intatte.
Così una notte di quelle – insonnia, musica bassa, luci spente, umore a picco, fumo compulsivo – ripercorri automatico la scaletta mentale dei porti sicuri presso cui fare tappa e trovi un messaggio mai visto:
Errore: questo blog non esiste. Forse hai digitato male l’indirizzo o il proprietario ha deciso di cancellarlo.
Impossibile – penso. Questo indirizzo è ormai da tempo immemore conficcato tra i preferiti del mio navigatore e poco ci manca che la pagina non si apra da sola non appena poggio lo sguardo sul desktop. Do uno sguardo ad alcuni altri blog che leggo abitualmente e vedo che è tutto a posto.
Allora è chiaro: ha deciso di chiudere, trasferirsi, occultarsi, sparire.
Mi sento tradito. Interrotto.
Come se a metà libro scoprissi che tutte le pagine seguenti e che fanno volume tra le dita serrate della mano destra sono in realtà tutte bianche e che la storia semplicemente decide di scomparire in quel punto.
Sono rimasto di sasso lì davanti per alcuni secondi. Ho ripensato agli ultimi articoli, cercando di scovare tra i ricordiun segnale, un meta-messaggio che lasciasse intravvedere una decisione del genere – un disagio, un’insofferenza o qualche commento sgarbato, intrusivo – ma niente.
Ho escluso subito incidenti o tragedie: in tal caso la pagina sarebbe stata ancora su e mi sarei accorto di qualcosa soltanto dopo settimane di mancati aggiornamenti.
Un blog
cancellato invece è frutto di una precisa volontà e l’incontro fortuito di questa mattina in tram ne è l’assoluta conferma.
Seduto nel bus che dalla stazione porta al centro, ho dapprima notato le sue scarpe.
Amo i bus. Amo perdermi dentro i miei auricolari e sbirciare a intervalli lo scenario urbano oltre il vetro e il paesaggio umano tra i sedili e nel corridoio del veicolo.
Per cui vado a caccia di particolari, con uno sguardo indagatore protetto dai miei occhiali da sole da quattro soldi, ma enormi e scuri, quindi ottimi allo scopo.
Vedo queste scarpe con una spilletta attaccata – sorrido per il vezzo – e vedo che appartengono a una giovane ragazza dallo sguardo inquieto. Rimane in piedi nonostante ci siano diversi posti liberi. Guarda fuori ma il suo sguardo è fisso, nonostante il tram stia andando forte. E’ assorta. Mi chiedo chissà dove va, chissà che ci fa a quest’ora in giro: non lavora? Forse è una studentessa ma non mi sembra così giovane. Magari è una
free-lance e sta andando a ritirare il suo portatile dall’assistenza.
Questa banale ipotesi telematica mi da una scossa. D’un tratto mi pare di intravvedere nel suo viso i tratti scorti in qualche piccola fotografia ritoccata pubblicata nel blog scomparso.
Mai un'immagine pulita o chiara. Avrebbe, in effetti, rovinato l’atmosfera sommessa e privata del blog. Piuttosto tante piccole tracce colorate e ripassate più volte su photoshop: in ognuna dei piccoli pezzi sufficienti a delineare stati d’animo, o espressioni del viso che potessero dare in un secondo un senso definitivo alle parole scritte.
Ma quei pezzi, di fronte a un viso reale illuminato a giorno, si ricompongono da soli e non c’è dubbio che sia lei.
Vorrei alzarmi, dirle qualcosa, sorriderle, farmi notare.
Ma poi, a che titolo, dirle cosa, sorriderle perché? Quella che vedo è il personaggio o l’autrice della storia? Ci penso e non riesco a decidere. In entrambi i casi non ho alcunché da dirle e per quanto voglia declamare il mio diritto di lettore a non essere abbandonato so che non posso farlo.
Valuto per un attimo l’ipotesi di scendere alla sua fermata e vedere dove va ma non lo faccio.
Così è scesa, e l’ho guardata dal finestrino infilarsi tra le viscere della città. Ho disolto lo sguardo perchè già, del resto, non si dice mai addio agli sconosciuti.