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[ Nel magico mondo della pubblicità #2 ]
Scopro due cose che mi mettono di buon umore: - Vive è esperta di anni 80 e mi ha già procurato un trolley pieno di dischi originali dell'epoca; Vive: c'è un po' de tutto..dal PONK al new uèv..te li lascio ma se me li grafi te rompo..come finisci mettili in cassaforte. Bakì: ahaha Vive: no, davèro. Bakì: ..ok. - c'è un nuovo CASTING! yuppi-du. Questo pomeriggio al mare farò un sacco di fote e domani, per tutto il giorno, sarò in giro nel nord Sardegna (con una degna compagna di avventure) per la prossima location. Mi sento molto reporter. Aggiornamento: sarò via due giorni per i motivi di cui sopra. Fotocamera in spalla e serbatoio pieno dovremo girare letteralmente mezza Sardegna. Wow / Help! |
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Ritoccare una fotografia è come comporre una musica. E premere i tasti di un pianoforte un po’ come ruotare l’obiettivo e lentamente mettere a fuoco. Scegliere la tonalità giusta è una questione di momenti: ogni gamma // ogni scala ha il proprio carattere, un impatto emotivo unico e speciale. Una pasta calda e accesa > una tonalità maggiore. La tonalità giusta sa esaltare i contrasti e i tratti del viso, il timbro della voce e il fondersi degli strumenti. |
| Una forte saturazone è un tasto premuto con violenza, coloriti caravaggeschi. I pixeloni di colore puro, il rumore del martelletto contro la corda sotto la vibrazione. La composizione, invece, è la melodia. Le parti giocano fra loro e costituiscono un tutto. Una zona d’ombra e una di luce, un sorriso e uno sguardo, note che si rincorrono e si respingono. Ritoccare uno scatto è adattarlo al mio stato d’animo. ( Perché lavorare su uno scatto altrui è come musicare parole di un’altra persona. Una mezza bugia, un racconto preso in prestito.) Prendo un colore e lo trasformo, lo maltratto fino a farlo diventare il suo opposto, lo costringo a riempirsi di vibrazioni sconosciute. Faccio emergere la figura in secondo piano e annullo il resto. Distorco le dimensioni, strappo uno spazio e gonfio la luce. E’ come prendere una traccia per distorcerne con cautela porzioni di banda. Un po’ di riverbero, un flanger e un envelope. Con orecchio e infinita pazienza ogni onda ondulerà come dico io. Ascolto e sovraincido // Guardo e sovrappongo. I suoni ruvidi sono decisi ma a volte ho bisogno di morbidezza, per non rovinare il motivo; cerco di sottolinearlo con le assenze e le ripetizioni, con un canone opposto o un delicato sostegno. Qualche volta riesco a ottenere ciò che senza saperlo volevo, subito, al primo colpo. Ma più spesso, mi è semplicemente impossibile farlo.
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Riprendo un tema interessante letto su Pop (se avessi quell'aggeggio track-back sarebbe una buona occasione - la prima - per usarlo, ma so anche che forse solo uno o due di voi sanno di cosa sto parlando, quindi lasciamo stare).
Si parla di intolleranza. Brutta cosa, già.
Ma di una forma molto particolare di intolleranza: quella musicale, che personalmente sottoscrivo in toto come regola comportamentale. Chi mi conosce lo sa bene.
Voglio dire in un mondo migliore vorrei non essere intollerante e musicalmente ultra-esigente, ma è troppo …divertente esserlo.
Tutto risale agli ormai lontani tempi del liceo quando col mio fido alleato P. iniziavo a costruire la complessa impalcatura della mia discografia essenziale e a tracciare netti confini tra ciò che valeva la pena di essere ascoltato e ciò che no. Se avete letto Altà Fedeltà di Nick Hornby potete capire all'istante.
Giudizi netti e implacabili, lunghe sessioni di ascolto intensivo dei cd preferiti, ossessivi pomeriggi al cd-store a scartabellare tra gli scaffali in cerca di rivelazioni. Non potevo andar via senza un nuovo cd in tasca.
Ecco, il mio background è questo, ma devo dire che col tempo ho sicuramente affinato i miei gusti, ampliando anche un po’ le vedute.
Mi piace pensare che ci sia la musica giusta per ogni momento e una canzone adatta ad ogni atmosfera e non un genere o un cantante ideale per tutto. Si sa, nella dieta bisogna diversificare.
Per questo storco il naso di fronte ai consumatori musicali mono-maniaci: gli hip-hop, i metallari etc. Ma non si impallano dopo un po’? Come mangiare sempre aragosta o caviale o scopare sempre con la stessa posizione (o con la stessa persona). Yawn.
In ogni caso penso che la discriminazione musicale talvolta non sia casuale: i veri fan(atici) tendono ad auto-ghettizzarsi e a mettersi in contrapposizione tra loro, spesso con ottuse visioni ultra settoriali e etichettamenti estremi: rock, hard rock, metal, cross-over, grunge, alternative, prog-rock e balle varie.
Io mi accontento di discriminare democraticamente tutti in base al mio personale gusto, che può essere ricondotto a poche regole di massima.
Prediligo la musica d’autore (no interpreti), possibilmente elettronica ma non solo. I testi sono fondamentali. Si all’innovazione e alla ricerca ma non a tutti i costi ( e i Radiohead non mi piacciono). Gli italiani in generale non mi piacciono mentre adoro la musica etnica. E così via.
Colgo l’occasione per segnalare finalmente un sito molto interessante: si chiama AudioScrobbler, che grazie a un plug-in installato sul vostro player di fiducia, redige in automatico statistiche di gradimento sulla musica che quotidianamente ascoltate dal pc, con tanto di brano e artista più ascoltato. In base alle stesse statistiche potete poi vedere anche i vostri vicini musicali (all'interno del network di cui anche voi fate parte) magari per fare qualche nuova scoperta.
E ora facciamo tutti outing:
levate dall’armadio i vostri scheletri, tirate fuori da sotto il materasso i cd occulati e confessate pubblicamente la vostra playlist, soprattutto senza omettere le entry a rischio ghetto.
Io e il fine settimana non andiamo troppo d'accordo ultimamente.
Un venerdì troppo stanco per decidere di uscire dopo il lavoro e una settimana niente male. Preferisco abbandonarmi alla visione di The Butterfly Effect (ma avrei fatto meglio ad abbandonarmi su di una motosega accesa).
Sabato inizio brillantemente col perdermi in macchina alla ricerca dei biglietti per il party: una toccata e fuga di party, senza la toccata ma solo la fuga. Poca voglia di casino, mi va di lusso.
Poi un jazz club in piedi, ma senza ascoltare e tantomeno socializzare.
Una domenica di cinema senza cinema.
Un week-end bruciato insieme alle banane flambé a casa di Re, amare come la consapevolezza di non avere abbastanza slancio.
Le ho lasciate sul piatto come sto facendo coi miei stessi desideri.
E con gli stessi sensi di colpa.
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