In questi giorni sto sgomberando il mio
studio.
Non ci sono storie particolarmente divertenti o significative da raccontare al riguardo. Solo cose piccole, quotidiane, come è logico che sia, essendo un luogo di lavoro.
Da lavoratore atipico ne ho anche usufruito in maniera atipica: a intervalli irregolari, in orari e modalità sempre diverse. Non posso dire fosse diventato una seconda casa, ma un po’ forse si: un luogo in cui riparare, in cui ospitare gli amici di passaggio o
fare orario in attesa di andare da qualche altra parte.
Come spesso mi succede con questo tipo di avvenimenti, non riesco a prendere posizione: diverse parti di me cercano di prendere il sopravvento costringendomi a vedere la cosa da un solo punto di vista, ma vorrei per una volta riuscire a muovermi, fluttuando, in questo caos senza farmi incastrare in una sola visione. Nessun inganno.
La parte più stanca di me, è felice.
Lasciare lo studio è il primo passo verso la liberazione, verso l’abbandono di quei vincoli che mi sono auto-imposto e che io stesso per certi versi ho maledetto nel corso di questi anni.
Molte spese in meno, più tranquillità, meno pensieri.
Ma l’altra parte di me si rammarica per le cose andate perdute. Le cose reali, realmente accadute: la gente in continuo andirivieni, gli amici spesso in sosta,
vivelafrance, il lavoro a suon di musica…
Ma più che altro quel che mi mancherà è ciò che quello studio ha rappresentato.
L’idea del progetto che va avanti, la sensazione tangibile di stare lavorando per qualcosa, la convinzione di conquistare qualcosa a poco a poco e andare sempre più avanti.
Adesso è
come fare un passo indietro, rinunciare a qualcosa. Ricominciare da capo.
Mi rispondo che non è così, che è un compromesso necessario, che nulla cambierà se lo voglio oppure tutto sempre se lo decido io, che è una scelta saggia e poi, che diamine, non sta morendo nessuno e che tutto può tornare come prima, oh no! come prima no in effetti, ma adesso? adesso che farò? dove andrò?
Questo fluttuare nel caos è effettivamente un gran casino.
Penso che per il momento opterò per una sana malinconia da separazione, in attesa che si finisca definitivamente di smontare e spostare i mobili e rimettere in sesto quel posto che ormai già più non mi appartiene.