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[ Awakenings ]
Cercarne le cause sarebbe artificioso come spiegare perché si ama qualcuno: ogni tentativo risulterebbe limitato, goffo, banale. Sono cose che sì, avranno pure delle ragioni ma non è in queste che consiste la loro importanza, così delicata e speciale. Semplicemente, accadono. Con lo stesso trascinante improptu di un deja-vu o un’intuizione artistica. Ed è così che mi sento da qualche giorno: guarito, sollevato, illuminato, risvegliato. Dal pessimismo su come si stavano prospettando le cose, dal rammarico per come sono andate, dalla nostalgia per tutti quei pezzetti che ho creduto di aver perso per strada in questi mesi di fatica e investimenti falliti. Ho dovuto aspettare tanto perché alcune decisioni maturassero al punto giusto, e ora che sono bei frutti aspettano soltanto di essere colte. Non vedo l’ora di farlo ma a questo punto posso aspettare. La stessa cosa quando giovedì sera, ormai vicino a casa, mi sono accorto di aver lasciato l’iPod in ufficio. Chiamo il mio collega Francesco e gli chiedo la cortesia di recuperarlo dal terzo girone (il piano in cui mi trovo ora) e allungarmelo di passaggio verso la stazione. Mi dice che ci metterà un po’ e penso: posso aspettare, che fretta c’è? Allora sono entrato alla Edison e ho preso un libro nuovo: ne ho letto un bel pezzo su una panchina in piazza duomo, fra milioni di turisti, piccioni e flash di macchine fotografiche. Poi è arrivato Francesco. Abbiamo fatto un pezzo insieme e ci siamo separati. Tornato a casa ho inaugurato un week-end di riposo, senza fretta o inutili attese di telefonate o inviti. Ho fatto tante passeggiate e mangiato tanti gelati. Ho finito il libro comprato alla Edison. Ho preso un sushi speciale tutto per me. Ho suonato la tastiera, imparato qualche trucco nuovo coi miei programmi di grafica preferiti e sentito le mie persone di Cagliari al telefono. Che sono, fortunatamente, sempre lì, per me. Non ho chiesto niente a nessuno e nemmeno ho aspettato qualcosa indietro, senza chiederlo. L’equilibrio ideale. Adesso metto su un caffè e mi preparo a una settimana corta di lavoro antipatico e a un periodo di fruttuosa e rinvigorente convalescenza. Devo coprirmi bene // sia mai che ci ricasco. |
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